sabato, 23 luglio 2005

L’occupazione dell’Iraq alimenta il terrorismo

 
Ferma condanna, massima allerta, attenzione costante, dolore, solidarietà. Come dopo ogni attentato è ripartito il tam - tam delle dichiarazioni ufficiali, delle misure e delle contromisure politiche, dei pareri. Si interpellano gli esperti di geo-politica, di strategia militare, o supposti tali. Si dice tutto  e di tutto, tranne l’essenziale: che questo terrorismo è direttamente alimentato dalla presenza anglo-americana in Iraq. Una vera e propria occupazione che non ha motivo, né diritto di esistere. La conferma è arrivata da un rapporto del “Royal Institute of International Affaire”, un prestigioso e indipendente istituto inglese”. Blair sembra imbarazzato da questa rivelazione, ma per le milioni di persone scese in piazza nel 2003 per urlare il proprio no alla guerra questo rischio era evidente già allora. Prima della controversa “missione” voluta da Bush, si è discusso per mesi sulle ragioni della guerra in Iraq. Il presidente americano, sorpreso dalla forte opposizione di molti dei paesi europei della Nato, ha dovuto cercare di volta in volta motivazioni plausibili per convincere l’opinione pubblica e i suoi alleati. Ha soffiato forte sul vento della paura parlando di armi di distruzione di massa, di pericolo atomico, di legami di Saddam Hussein con Al Qaeda. Ha voluto andare avanti ad ogni costo, nonostante le perplessità del mondo ed il roboante monito contro la guerra arrivato perfino da Papa Woytjla. Ma le verità di Bush sono state tutte smentite dai fatti. I legami con il terrorismo non sono mai stati provati secondo quanto riportato da uno stesso rapporto della Cia. Di armi di distruzione di massa neanche la traccia. Nessun rapporto tra l’11 settembre e l’Iraq. A questo punto la “missione” non ha nessun motivo di esistere e gli alleati dovrebbero subito lasciare il paese. Senza alcun dubbio il sentimento antiamericano e occidentale era già presente in una parte del mondo islamico, ma quando la brace cova sotto la cenere la soluzione migliore è tentare di spegnerla. Gli americani hanno invece scelto la via più pericolosa, alimentando quella brace all’ennesima potenza, occupando un paese straniero senza un valido motivo, bombardando per giorni città come Falluja, provocando migliaia di morti, torturando i prigionieri, sparando a caso su auto in movimento come quella di Nicola Calipari. Hanno agito come dei cow – boy alla conquista del petrolio, senza alcun senso di responsabilità. E quando  parli il linguaggio della violenza troverai sempre qualcuno disposto a risponderti con la tua stessa lingua. Le conseguenze ora sono sotto gli occhi di tutti. Le bombe legate alla presenza in Iraq sono arrivate a Madrid, Istanbul, Londra. Il prossimo obiettivo potrebbe essere l’Italia. Vogliamo continuare a boriarci con frasi ad effetto, condanne morali e misure speciali, o andare alla radice del problema ritirando le truppe da un paese che nelle sue varie componenti, moderate e non, comunque non ci vuole a casa loro? Sarebbe il caso di affrontare il problema con decisione e serietà, parlando dei fatti e delle loro conseguenze. Senza cadere in sterili questioni ideologiche e strumentalizzazioni politiche. Per il bene, e la vita, di tutti.

postato da: inxas alle ore 10:17 | Permalink | commenti
categoria:iraq